Innanzitutto vi ringrazio per la richiesta di un contributo al convegno su Guerra e Repressione, ci provo, partendo dalla prospettiva, mio malgrado più chiara qui, la repressione ed i riflessi “locali”, in ambito carcerario, di politiche di guerra, austerità economica e militarizzazione della società, globali.
Nella consapevolezza che non esistono ricette teoriche e analisi articolate e risolutive, ma una banale e solida certezza, che qualsiasi lotta effettiva, non virtuale, implica reazione, repressione.
Il problema è “solo” metterla in conto, esser pronti e non farsi paralizzare dal timore di questa, costruire solidarietà e consapevolezza dei propri mezzi e fini, con continuità e tenacia. Soprattutto in questi tempi in cui il lavoro repressivo preventivo si sta dislocando su più livelli, sottotraccia e palesi.
A partire dal 2022 quando Alfredo è stato trasferito in 41 bis, m’è capitato di scrivere più volte di circuiti e regimi differenziati oltre che, da molto prima, fuori e dentro la galera, di lotte e repressione, in chiave ordinaria e “straordinaria”; a tutto questo e agli appunti, ultimi, per l’assemblea romana contro il 41 bis mi ricollego.
Essenzialmente credo che il discorso sia da riprendere… perché non è mai finito, né sono caduti i presupposti etici che lo sostenevano, per non lasciare in sospeso un discorso ben avviato, per non lasciare un compagno solo, per non sprecare un’occasione in cui in una singola battaglia si è mostrato come si può essere assieme “irrecuperabili” e riconoscibili positivamente fuori dalla ristretta area di movimento anarchico nei propri contenuti, per non lasciare soli i compagni e le compagne che si trovano adesso a fronteggiare i vari processi connessi alla mobilitazione, perché la credibilità si costruisce anche con la continuità e la costanza, perché si è tolta la maschera ad uno dei pilastri della retorica bipartisan su “mafia e terrorismo”, perché ormai la “lotta al terrorismo” è uno specchietto per le allodole di dimensioni globali e l’attuale contesto di capitalismo militarizzato e neocolonialismo sfacciati nell’approvvigionamento delle fonti e apertura delle rotte commerciali, si prestano bene a far recepire un messaggio antiautoritario, antimilitarista e di solidarietà tra gli oppressi.
Ed il 41 bis è una gestione militarizzata del carcere, che stanno cercando di mantenere, non è residuale (contenitore di compostaggio per la manovalanza mafiosa in uso negli anni ’80) ma in fase di ristrutturazione, fondamentale e fondante, espressione nitida del controllo tecnologico dell’animale umano, della riduzione del corpo a macchina e dell’individuo recluso a simulacro corporeo da mantenere in vita (non sempre!) con parametri vitali accettabili, meglio se in stato vegetativo.
I dati sui vari gironi danteschi delle carceri del Bel Paese sono cosa nota ormai anche sul mainstream (ed anche grazie alla mobilitazione passata), solo qualche piccola nota aggiuntiva…
Il 41 bis non pare in fase di dismissione, piuttosto di ristrutturazione e centralizzazione, con un prevedibile aumento di capienza – con 7 carceri dedicati di cui 3 in Sardegna e 4 nel continente. Da quel che emerge dai media locali negli ultimi mesi, sia ad Alessandria che in Sardegna comune e regione sono stati colti da sindrome NIMBY-amministrativa, non vogliono una tipologia di carcere, così malfamato, nei loro territori o più prosaicamente la concezione è quella di nascondere la polvere sotto il tappeto (del vicino). Si può ipotizzare che da parte dell’amministrazione penitenziaria centralizzare nello stesso carcere solo 41 bis (come al momento solo a L’Aquila) significhi ridurre i costi e militarizzare ulteriormente il regime.
Parallelamente dal post Pandemia stanno irrigidendo i circuiti di AS, stabilizzati a regime chiuso, con graduali riduzioni di agibilità, sempre nell’ottica, con lo spauracchio della “sicurezza” sbandierata ogni dove, di semplificare il controllo ed economizzare nella sua gestione. Facendo due conti spiccioli, che il sistema penitenziario sia in cronica e crescente crisi gestionale/economica (come d’altra parte tutta la baracca statale fuori) è palese, per cui i primi a farne le spese sono i lumpenproletariat accatastati nelle sezioni comuni, dove l’autodistruzione e l’intossicazione di droghe e psicofarmaci sono funzionali al controllo (se non gestionali nel controllo), di situazioni al limite della sopravvivenza. Dulcis in fundo le carceri minorili sono in sovraffollamento come non mai, a plastica dimostrazione di quello che è il lavoro preventivo della repressione.
Nel mentre lo Stato italiano si appresta a raggiungere il primato europeo sulle carcerazioni di prigionieri politici di più lunga data, dalla stagione di lotte degli anni ’70-’80 del secolo scorso, ancora in AS, e quello nell’uso di quella tipicità nostrana del 41 bis, dell’emergenzialità elevata a sistema, che si muove costantemente sul margine del “diritto”, adattabile a seconda del target.
Per quanto il dato tecnico-giurisprudenziale si presti a lettura di diritto negato e proprio questo credo sia uno dei punti critici controversi e mal interpretabili se mal gestiti/spiegati, in chiave di vittimismo e di ripristino del diritto, non credo si perda di incisività se si sottolineano nella realtà dei fatti contraddizioni formali, forzature giuridiche e processuali anche per sottolineare la tracotanza del potere, per combattere la normalizzazione della repressione, gli standard doppi o multipli a seconda del nemico (eh sì quel “diritto penale del nemico” di cui si discute) e l’ampliarsi dell’“offerta” repressiva e della platea dei papabili.
Prima qualcuno diceva, per fare un esempio terra terra, “ah, ma il reato associativo, il 270 bis è impossibile per degli anarchici, è un residuo della strategia repressiva degli anni ’80” – poi ci siamo trovati con condanne e procedimenti a raffica per 270 bis e i suoi fratelli, ter, quater, quinquies, ecc., ecc., che vengono modellati e usati in base agli equilibri politici nazionali e internazionali. Dal target interno comunista a quello anarchico, a quello islamista, per attestarsi adesso sulla resistenza palestinese.
Non è un laboratorio, come era d’uso dire un po’ di tempo fa, è la realtà attuale, non sono esperimenti da studiare è la prassi da combattere, l’utilizzo “multitasking” dei reati di terrorismo, malleabili su ogni oppositore politico.
Per quanto il panorama globale di guerra & “Board of peace”, di genocidio & “Gaza beach” rendano ormai palese anche al cittadino occidentale più lobotomizzato da media e merce la reale natura dei regimi democratici e l’uso militare del progresso tecno-scientifico, per quanto le sirene di guerra siano sempre più vicine al cortile di casa, ho l’impressione (da qui, dall’acquario di una galera, quindi con tutti i limiti di visione che questo comporta) che da queste parti la repressione stia investendo molto a livello preventivo, goffa e tracotante come l’attuale gentaglia al potere, con il piglio marziale d’apparenza e la genuflessione effettiva alle linee guida del capitale globale. Ma comunque in grado di snocciolare impunemente nuove fattispecie di reato, lacci e lacciuoli che sezionano preventivamente semplificando il lavoro.
Nei momenti di “stanca” delle lotte la platea dei papabili della repressone si amplia, quasi uno stress test del punto di tolleranza, andando a comprendere anche quelle frange di movimento e di opposizione sociale in senso lato che normalmente, nei regimi democratici occidentali si percepiscono più tutelate (o meglio si autoconvincono di esserlo, avendo barattato scampoli di libertà e pensiero critico con qualche nicchia di sopravvivenza).
Si modella una legislazione di emergenza senza che un’emergenza ci sia, ancora.
Potrebbe parere contradditorio, la logica vorrebbe maggiore azione, maggiore repressione ma qui siamo essenzialmente al punto della sterilizzazione preventiva. Recidere i germogli prima che diventino un ginepraio, quando è più facile farlo, dilettandosi a manipolare quello che inizia a palesarsi, non come movimento rivoluzionario ma d’opinione, indignazione e denuncia.
Quando è più semplice da contenere a suon di manganelli e lacrimogeni, multe e compravendita delle componenti più recuperabili, bastone e carota, pistolettate e social media, alla bisogna, a ciascuno il suo, con qualche licenza in più.
Quanti del controllo fanno studio e mestiere sanno bene che da svariati anni nelle piazze occidentali a prevalere sono gli aspetti simbolico, rituale, informativo, controinformativo delle proteste. Dai black bloc di Seattle che privilegiavano le vetrine come obbiettivo ai Fridays for Future che privilegiavano i cartelli da brandire a favore di telecamera, dalla retorica del “non credere nei media, diventalo” all’utilizzo compulsivo dei social media in un rapporto di odio-amore non risolto.
Gli attuali moti di Minneapolis contro l’ICE lo mostrano, con esiti tragici: “eversivi”, “insurrezionalisti” manifestanti high tech, portatori di cellulari per filmare le malefatte di queste “forze speciali” che effettuano rastrellamenti di adulti e bambini… la polizia (dopo aver tracciato tecnologicamente migranti e manifestanti) è più old style dei suoi oppositori, spara ora come sparava in testa, ad un manifestante inginocchiato, 100 anni fa.
È un cortocircuito della repressione del dissenso democratico somministrata in purezza, il campanello d’allarme di un cambio di scenario od il segno che il passaggio è già avvenuto?
Nel Bel Paese, attraverso l’imbuto della pandemia si è passati dai lustrini e dobloni berlusconiani alle mostrine meloniane. Per quanto i gerarchi nazionali siano alquanto improbabili per aplomb marziale, di fatto stanno promuovendo politiche guerrafondaie, trafficano in armi ed aspirerebbero ad affari di ricostruzione post-bellica (a seconda dell’osso che gli lasciano rosicchiare sotto il tavolo) rispolverando l’armamentario retorico d’antan, Dio-Patria-Famiglia, difesa dei confini, ecc., ecc.., facendolo occhieggiare però dallo schermo di uno smartphone, la capillare forma di “educazione” politica attuale, nel collasso del sistema partitico-elettorale (se si fanno altri due conti spiccioli su quella che è la percentuale dei votanti nazionali e nei vari stati europei). “Educazione” non retorica ma necessaria alla ricerca di nuova carne da cannone per i nuovi conflitti interni e internazionali: al momento siamo nel bel mezzo di fiction e spot pubblicitari atti a vendere la carriera militare come appetibile, con suggestioni estetiche ondivaghe tra top gun e soldatini/soldatine che aiutano bambini ed anziani a trovar la strada di casa… a breve rilanceranno la leva obbligatoria come “formativa” e “performativa”, carne da cannone “smart”…
Esiste però una contro-retorica ai veleni della propaganda bellica e militarista, anch’essa d’epoca, quella fatta dai distillati delle correnti rivoluzionarie, dai refrattari capaci di contrapporvi ateismo e anticlericalismo, internazionalismo e antimilitarismo. Quanto mai attuali visto che, alzando un attimo lo sguardo e distogliendosi dalle rappresentazioni più confortevoli di questi lidi, oltre che di guerra si è ripreso a parlare di diserzione da entrambi i fronti, russo e ucraino; visto che le piazze del mondo a volte si muovono per moto proprio ed il passaggio dall’indignazione per un sistema corrotto alla rottura non recuperabile avviene proprio in quelle generazioni nate e cresciute su web e social, dal Nepal all’Indonesia.
Si tratta di rovesciare la prospettiva e assumere la consapevolezze anche qui del proprio ruolo, limiti, mancanze e responsabilità di liberarsi da melasse postmoderne e vaghezze interclassiste, riconoscere le differenze tra rappresentazioni mimetiche del conflitto e conflitti reali, scegliere se esercitare solidarietà tra gli oppressi od essere incapaci di riconoscere gli oppressori, nel gioco di specchi della comunicazione attuale che a volte usa la sovraesposizione, lo scorrimento veloce e la decostruzione di significato come armi preventive. Ed anche i refrattari tendono a farsi distrarre, abbagliare.
Sapersi riconoscere e riconoscere la natura del conflitto in atto sarebbe un piccolo punto di partenza, non un approdo.
Anna,
gennaio ‘26
Roma, Rebibbia