Sovraffollamento carceri sarde

Da notare che quasi tutte le carceri sono al limite della capienza o la superano. A Cagliari sono presenti 4 prigionieri in più rispetto al mese scorso e il numero di prigionieri che eccede la capienza disponibile è 181 (questo spiega l’elevato numero di prigionieri per cella di cui spesso parla Paolo nelle sue lettere). A Sassari sono presenti 11 prigionieri in meno e quindi sono 109 in più rispetto al numero massimo previsto. Superano, anche se di poco il limite Alghero, Lanusei, Massama e Tempio. Solo il carcere di Nuoro è praticamente vuoto perchè viene preparato per essere una delle galere dedicate solo allla tortura di Stato del 41 bis

LIBERTÀ PER MARIA JOSÉ BAÑOS ANDUJAR

La prigioniera politica spagnola Maria Josè Baños Andujar, gravemente malata, rischia di morire in carcere, perchè lo Stato spagnolo (quello che, come dice il suo capo del governo Sanchez, ha il governo “più progressista della storia”) rifiuta di metterla in libertà. Molti prigionieri politici spagnoli hanno iniziato uno sciopero della fame per chiederne la liberazione.

https://ilrovescio.info/2026/03/02/mobilitazione-prigionier-politici-in-spagna/

PAOLO LIBERO

Paolo e’ ancora in carcere
Paolo e’ ancora vittima di soprusi
Paolo e’ ancora forte e lotta per sè stesso e per tutti i prigionieri
Continuiamo a stargli vicino
Continuiamo a scrivergli
Continuiamo a far girare le sue lettere

Per un mondo senza galere
Per un mondo senza sfruttati
Liberta’ per tutti e tutte

Paolo Todde,
C.C. “E. Scalas”, Zona Industriale Macchiareddu 19,
09123 Uta (CA)

Contributo di Anna Beniamino dalla sezione AS2 del carcere femminile di Rebibbia (Roma) per il convegno dell’8 febbraio a Viterbo

Innanzitutto vi ringrazio per la richiesta di un contributo al convegno su Guerra e Repressione, ci provo, partendo dalla prospettiva, mio malgrado più chiara qui, la repressione ed i riflessi “locali”, in ambito carcerario, di politiche di guerra, austerità economica e militarizzazione della società, globali.
Nella consapevolezza che non esistono ricette teoriche e analisi articolate e risolutive, ma una banale e solida certezza, che qualsiasi lotta effettiva, non virtuale, implica reazione, repressione.
Il problema è “solo” metterla in conto, esser pronti e non farsi paralizzare dal timore di questa, costruire solidarietà e consapevolezza dei propri mezzi e fini, con continuità e tenacia. Soprattutto in questi tempi in cui il lavoro repressivo preventivo si sta dislocando su più livelli, sottotraccia e palesi.
A partire dal 2022 quando Alfredo è stato trasferito in 41 bis, m’è capitato di scrivere più volte di circuiti e regimi differenziati oltre che, da molto prima, fuori e dentro la galera, di lotte e repressione, in chiave ordinaria e “straordinaria”; a tutto questo e agli appunti, ultimi, per l’assemblea romana contro il 41 bis mi ricollego.
Essenzialmente credo che il discorso sia da riprendere… perché non è mai finito, né sono caduti i presupposti etici che lo sostenevano, per non lasciare in sospeso un discorso ben avviato, per non lasciare un compagno solo, per non sprecare un’occasione in cui in una singola battaglia si è mostrato come si può essere assieme “irrecuperabili” e riconoscibili positivamente fuori dalla ristretta area di movimento anarchico nei propri contenuti, per non lasciare soli i compagni e le compagne che si trovano adesso a fronteggiare i vari processi connessi alla mobilitazione, perché la credibilità si costruisce anche con la continuità e la costanza, perché si è tolta la maschera ad uno dei pilastri della retorica bipartisan su “mafia e terrorismo”, perché ormai la “lotta al terrorismo” è uno specchietto per le allodole di dimensioni globali e l’attuale contesto di capitalismo militarizzato e neocolonialismo sfacciati nell’approvvigionamento delle fonti e apertura delle rotte commerciali, si prestano bene a far recepire un messaggio antiautoritario, antimilitarista e di solidarietà tra gli oppressi.
Ed il 41 bis è una gestione militarizzata del carcere, che stanno cercando di mantenere, non è residuale (contenitore di compostaggio per la manovalanza mafiosa in uso negli anni ’80) ma in fase di ristrutturazione, fondamentale e fondante, espressione nitida del controllo tecnologico dell’animale umano, della riduzione del corpo a macchina e dell’individuo recluso a simulacro corporeo da mantenere in vita (non sempre!) con parametri vitali accettabili, meglio se in stato vegetativo.
I dati sui vari gironi danteschi delle carceri del Bel Paese sono cosa nota ormai anche sul mainstream (ed anche grazie alla mobilitazione passata), solo qualche piccola nota aggiuntiva…
Il 41 bis non pare in fase di dismissione, piuttosto di ristrutturazione e centralizzazione, con un prevedibile aumento di capienza – con 7 carceri dedicati di cui 3 in Sardegna e 4 nel continente. Da quel che emerge dai media locali negli ultimi mesi, sia ad Alessandria che in Sardegna comune e regione sono stati colti da sindrome NIMBY-amministrativa, non vogliono una tipologia di carcere, così malfamato, nei loro territori o più prosaicamente la concezione è quella di nascondere la polvere sotto il tappeto (del vicino). Si può ipotizzare che da parte dell’amministrazione penitenziaria centralizzare nello stesso carcere solo 41 bis (come al momento solo a L’Aquila) significhi ridurre i costi e militarizzare ulteriormente il regime.
Parallelamente dal post Pandemia stanno irrigidendo i circuiti di AS, stabilizzati a regime chiuso, con graduali riduzioni di agibilità, sempre nell’ottica, con lo spauracchio della “sicurezza” sbandierata ogni dove, di semplificare il controllo ed economizzare nella sua gestione. Facendo due conti spiccioli, che il sistema penitenziario sia in cronica e crescente crisi gestionale/economica (come d’altra parte tutta la baracca statale fuori) è palese, per cui i primi a farne le spese sono i lumpenproletariat accatastati nelle sezioni comuni, dove l’autodistruzione e l’intossicazione di droghe e psicofarmaci sono funzionali al controllo (se non gestionali nel controllo), di situazioni al limite della sopravvivenza. Dulcis in fundo le carceri minorili sono in sovraffollamento come non mai, a plastica dimostrazione di quello che è il lavoro preventivo della repressione.
Nel mentre lo Stato italiano si appresta a raggiungere il primato europeo sulle carcerazioni di prigionieri politici di più lunga data, dalla stagione di lotte degli anni ’70-’80 del secolo scorso, ancora in AS, e quello nell’uso di quella tipicità nostrana del 41 bis, dell’emergenzialità elevata a sistema, che si muove costantemente sul margine del “diritto”, adattabile a seconda del target.
Per quanto il dato tecnico-giurisprudenziale si presti a lettura di diritto negato e proprio questo credo sia uno dei punti critici controversi e mal interpretabili se mal gestiti/spiegati, in chiave di vittimismo e di ripristino del diritto, non credo si perda di incisività se si sottolineano nella realtà dei fatti contraddizioni formali, forzature giuridiche e processuali anche per sottolineare la tracotanza del potere, per combattere la normalizzazione della repressione, gli standard doppi o multipli a seconda del nemico (eh sì quel “diritto penale del nemico” di cui si discute) e l’ampliarsi dell’“offerta” repressiva e della platea dei papabili.
Prima qualcuno diceva, per fare un esempio terra terra, “ah, ma il reato associativo, il 270 bis è impossibile per degli anarchici, è un residuo della strategia repressiva degli anni ’80” – poi ci siamo trovati con condanne e procedimenti a raffica per 270 bis e i suoi fratelli, ter, quater, quinquies, ecc., ecc., che vengono modellati e usati in base agli equilibri politici nazionali e internazionali. Dal target interno comunista a quello anarchico, a quello islamista, per attestarsi adesso sulla resistenza palestinese.
Non è un laboratorio, come era d’uso dire un po’ di tempo fa, è la realtà attuale, non sono esperimenti da studiare è la prassi da combattere, l’utilizzo “multitasking” dei reati di terrorismo, malleabili su ogni oppositore politico.
Per quanto il panorama globale di guerra & “Board of peace”, di genocidio & “Gaza beach” rendano ormai palese anche al cittadino occidentale più lobotomizzato da media e merce la reale natura dei regimi democratici e l’uso militare del progresso tecno-scientifico, per quanto le sirene di guerra siano sempre più vicine al cortile di casa, ho l’impressione (da qui, dall’acquario di una galera, quindi con tutti i limiti di visione che questo comporta) che da queste parti la repressione stia investendo molto a livello preventivo, goffa e tracotante come l’attuale gentaglia al potere, con il piglio marziale d’apparenza e la genuflessione effettiva alle linee guida del capitale globale. Ma comunque in grado di snocciolare impunemente nuove fattispecie di reato, lacci e lacciuoli che sezionano preventivamente semplificando il lavoro.

Nei momenti di “stanca” delle lotte la platea dei papabili della repressone si amplia, quasi uno stress test del punto di tolleranza, andando a comprendere anche quelle frange di movimento e di opposizione sociale in senso lato che normalmente, nei regimi democratici occidentali si percepiscono più tutelate (o meglio si autoconvincono di esserlo, avendo barattato scampoli di libertà e pensiero critico con qualche nicchia di sopravvivenza).
Si modella una legislazione di emergenza senza che un’emergenza ci sia, ancora.
Potrebbe parere contradditorio, la logica vorrebbe maggiore azione, maggiore repressione ma qui siamo essenzialmente al punto della sterilizzazione preventiva. Recidere i germogli prima che diventino un ginepraio, quando è più facile farlo, dilettandosi a manipolare quello che inizia a palesarsi, non come movimento rivoluzionario ma d’opinione, indignazione e denuncia.
Quando è più semplice da contenere a suon di manganelli e lacrimogeni, multe e compravendita delle componenti più recuperabili, bastone e carota, pistolettate e social media, alla bisogna, a ciascuno il suo, con qualche licenza in più.

Quanti del controllo fanno studio e mestiere sanno bene che da svariati anni nelle piazze occidentali a prevalere sono gli aspetti simbolico, rituale, informativo, controinformativo delle proteste. Dai black bloc di Seattle che privilegiavano le vetrine come obbiettivo ai Fridays for Future che privilegiavano i cartelli da brandire a favore di telecamera, dalla retorica del “non credere nei media, diventalo” all’utilizzo compulsivo dei social media in un rapporto di odio-amore non risolto.
Gli attuali moti di Minneapolis contro l’ICE lo mostrano, con esiti tragici: “eversivi”, “insurrezionalisti” manifestanti high tech, portatori di cellulari per filmare le malefatte di queste “forze speciali” che effettuano rastrellamenti di adulti e bambini… la polizia (dopo aver tracciato tecnologicamente migranti e manifestanti) è più old style dei suoi oppositori, spara ora come sparava in testa, ad un manifestante inginocchiato, 100 anni fa.
È un cortocircuito della repressione del dissenso democratico somministrata in purezza, il campanello d’allarme di un cambio di scenario od il segno che il passaggio è già avvenuto?

Nel Bel Paese, attraverso l’imbuto della pandemia si è passati dai lustrini e dobloni berlusconiani alle mostrine meloniane. Per quanto i gerarchi nazionali siano alquanto improbabili per aplomb marziale, di fatto stanno promuovendo politiche guerrafondaie, trafficano in armi ed aspirerebbero ad affari di ricostruzione post-bellica (a seconda dell’osso che gli lasciano rosicchiare sotto il tavolo) rispolverando l’armamentario retorico d’antan, Dio-Patria-Famiglia, difesa dei confini, ecc., ecc.., facendolo occhieggiare però dallo schermo di uno smartphone, la capillare forma di “educazione” politica attuale, nel collasso del sistema partitico-elettorale (se si fanno altri due conti spiccioli su quella che è la percentuale dei votanti nazionali e nei vari stati europei). “Educazione” non retorica ma necessaria alla ricerca di nuova carne da cannone per i nuovi conflitti interni e internazionali: al momento siamo nel bel mezzo di fiction e spot pubblicitari atti a vendere la carriera militare come appetibile, con suggestioni estetiche ondivaghe tra top gun e soldatini/soldatine che aiutano bambini ed anziani a trovar la strada di casa… a breve rilanceranno la leva obbligatoria come “formativa” e “performativa”, carne da cannone “smart”…

Esiste però una contro-retorica ai veleni della propaganda bellica e militarista, anch’essa d’epoca, quella fatta dai distillati delle correnti rivoluzionarie, dai refrattari capaci di contrapporvi ateismo e anticlericalismo, internazionalismo e antimilitarismo. Quanto mai attuali visto che, alzando un attimo lo sguardo e distogliendosi dalle rappresentazioni più confortevoli di questi lidi, oltre che di guerra si è ripreso a parlare di diserzione da entrambi i fronti, russo e ucraino; visto che le piazze del mondo a volte si muovono per moto proprio ed il passaggio dall’indignazione per un sistema corrotto alla rottura non recuperabile avviene proprio in quelle generazioni nate e cresciute su web e social, dal Nepal all’Indonesia.
Si tratta di rovesciare la prospettiva e assumere la consapevolezze anche qui del proprio ruolo, limiti, mancanze e responsabilità di liberarsi da melasse postmoderne e vaghezze interclassiste, riconoscere le differenze tra rappresentazioni mimetiche del conflitto e conflitti reali, scegliere se esercitare solidarietà tra gli oppressi od essere incapaci di riconoscere gli oppressori, nel gioco di specchi della comunicazione attuale che a volte usa la sovraesposizione, lo scorrimento veloce e la decostruzione di significato come armi preventive. Ed anche i refrattari tendono a farsi distrarre, abbagliare.
Sapersi riconoscere e riconoscere la natura del conflitto in atto sarebbe un piccolo punto di partenza, non un approdo.

Anna,
gennaio ‘26
Roma, Rebibbia

Affollamento carceri sarde

Da notare che quasi tutte le carceri sono al limite della capienza o la superano. Si noti che a Cagliari ci sono quasi 200 prigionieri in più (questo spiega l’elevato numero di prigionieri per cella di cui spesso parla Paolo nelle sue lettere) e a Sassari 120 in più. Solo Nuoro è praticamente vuoto perchè viene preparato per essere una delle galere dedicate solo allla tortura di Stato del 41 bis

UNA LETTERA DI PAOLO DA UTA

Riceviamo e pubblichiamo integralmente una lettera di Paolo dal carcere di Uta. Solidali e complici con chi lotta.

Mi chiamo Paolo Todde ed il 16/12/2025 ho presenziato ad un’udienza del tribunale della libertà/riesame a Cagliari, concernente la mia richiesta di mutare la mia detenzione carceraria, in quella meno afflittiva dei domiciliari con braccialetto elettronico.

In quell’udienza avrei voluto parlare di carcere, non ci sono riuscito, perché in parte mi è stato impedito dal presidente, ed anche dal mio stato d’animo molto nervoso ed ansioso.

Ho un tarlo che mi rode, mi sta consumando piano piano, perché devo riuscire a parlare di carcere in maniera esaustiva, senza peli sulla lingua e con poche paure dietro, questo tra l’altro lo devo ai morti, ai disperati di questo lager.

Mi sono sempre occupato di carcere nella mia vita, ed una volta che ci sono finito dentro, ho potuto sperimentare, documentare la vigliaccheria, il sadismo dei “Lei non sa chi sono io”, ed è stato quindi per me molto facile parlare con l’esterno, su come si vive in un carcere dello stato italico.

Questo mio documentare con l’esterno è stato visto dalla componente securitaria, come la rottura di un tabù.

Di carcere, fuori meno se ne sa meglio è, tra l’altro quando gli organi di informazione, quando parlano di carcere, fanno i velinari dei sindacati dei secondini, che in quanto a lamentele sono esperti, ma nessuno si degna di ascoltare/sentire i prigionieri, di noi/loro si parla se in “negativo” di aggressioni ai secondini (senza però chiedersene le ragioni, se in “positivo” quando fanno croci per il giubileo, scrivono poesie e balle varie.

La galera è altro, è sofferenza, è lontananza dagli affetti, è anche stare nelle mani di loschi figuri in divisa, che il più delle volte non hanno nessuna idea di come ci si comporti con la controparte (siamo noi prigionieri), oppure scaricano frustrazioni esterne sul disgraziato di turno che hanno davanti, e meno male che non sono tutti così miseri.

Io di questo parlavo, e parlerò, però come dicevo prima i tabù non bisogna sfiorarli, perché poi in breve tempo sono iniziate le manovre dilatorie, provocazioni di bassa lega nei miei confronti.

La prima che ricordo è stata quando io, comprando in carcere l’”Unione Sarda”, lo ricevevo alle 8 di sera se non anche il giorno dopo. A quel punto dopo varie settimane passate in questa maniera, decidemmo io e L. (una compagna), che lei mi spedisse i quotidiani (una volta la settimana) tramite piego libri (le vecchie stampe).

Anche qui il diavolo (in divisa) si mise a fare i dispetti.

Per ritirare i giornali dovevo (supinamente) che questi invii figurassero come pacchi postali, ovviamente io rifiutavo tutto ciò, ed i giornali si accumulavano nel casellario del carcere, tutto questo era fatto per impedire alle persone che venivano in carcere a farmi colloquio, di portarmi dei pacchi con roba da mangiare, vestiario e altre cose permesse.

In un mese ogni prigioniero non può ricevere più di 4 pacchi, per un max di 20 kg al mese, al conto non si possono mettere giornali, riviste, libri perché hanno un’altra procedura.

“Maestri” di questa viltà erano Pinto e Nonnis (due secondini), uno coordinatore del piano (il 2º in questo caso) l’altro al casellario, alla fine un brigadiere della sorveglianza ha risolto il tutto, facendomi avere giornali (una cinquantina), riviste e libri, non so come abbia saputo di questo stupido giochetto.

Sono diversi mesi che io cerco di poter fare una visita odontoiatrica con una dentista che viene da fuori, non ci sono mai riuscito perché o manca la mia richiesta (falso visto che io le facevo), oppure Chiara (la dentista) veniva cacciata perché fuori tempo massimo, quindi io saltavo la visita, anche perché malgrado fossi messo in una lunga lista di pazienti, io finivo sempre ultimo.

Poiché io ho già subito una condanna sono finito nelle grinfie di Borruto (direttore del carcere), e secondo la prassi dovrei fare la domanda a lui, per potere fare questa dannata visita odontoiatrica, tutte le domandine che ho fatto nel tempo non valgono più, comunque mi rifiuto di fare domanda a Borruto, m’apoderu su dollori ‘e kasciali.

Anche di questa situazione c’è di mezzo un secondino, ne parlerò più avanti.

Ho scoperto di soffrire di claustrofobia, quando un giorno andando in tribunale, sono stato portato con un furgone blindato, dove le cellette con meno di un metro quadro di spazio, completamente buie se non con i led rossi della telecamera interna, a dir poco spettrale la situazione, in verità ci sarebbe anche una lampada sul soffitto della celletta, ma malgrado le mie urla fu tenuta spenta dolosamente.

Nella sezione in cui siamo chiusi (Arborea C, al 2º piano), le celle sono chiuse 24 ore al giorno, l’unica possibilità di libertà sono le ore d’aria, che dovrebbero essere 4 ore al dì, questo in teoria perché, se va bene riusciamo a farne 2 e/o 3 ore al giorno, certo c’è la saletta, ma sempre chiuso sei.

Nelle celle ci sono 4 brande, e con questo dovrebbero starci (secondo loro) 4 persone che su meno di 10 metri quadri calpestabili, per 22/24 ore al giorno sono una tortura al supplizio.

Di notte la situazione peggiora ulteriormente, perché chi soffre di claustrofobia si trova sopra di sé un ostacolo (materasso per incominciare), quindi per evitare problemi mettevo il materasso in terra per potere dormire.

Ho provato a parlare con una psicologa del carcere spiegandogli la situazione, l’unica cosa che voleva fare per me era darmi degli psicofarmaci, per risolvere, secondo lei, i miei problemi.

Ovvio che io ho sdegnosamente rifiutato il tutto, però non avevo fatto i conti con Sarno (ispettore del piano), che nel mese di novembre dell’anno scorso, con un bliz ha cercato di infilare una quarta persona in cella, io gli ho spiegato i miei problemi, ha fatto finta di niente, e mentre comandava ad un suo sottoposto di aprire la cella, io ho dato un cazzotto allo schermo della tv distruggendola, al che si sono bloccati e sono andati via. Scampato pericolo!

Un dieci/quindici giorni dopo nuovo bliz, hanno fatto entrare un quarto in cella, ma sono riuscito ad uscire dalla cella, e mi sono procurato una scopa e uno spazzolone e con quelle ho distrutto numerose lampade del corridoio della sezione; anche allora scampato pericolo, però con due denunce sul groppone perché a nessuno importa delle mie sofferenze.

Per quanto ancora dovrò combattere, dovrò prendere denunce per evitare di stare male, sono più di 14 mesi rinchiuso in una sezione con celle chiuse!

In tutti questi mesi non mi sono fatto mancare niente, ho fatto 44 giorni di sciopero della fame per protestare contro l’inquinamento di coliformi fecali dell’acqua che sgorga dai rubinetti delle celle, per una migliore fruizione della biblioteca, del campo di calcio del carcere. Ora biblioteca blindata, campo di calcio chiuso. Sono stato sconfitto, diciamo vinto ma non convinto.

Mi sono scontrato con un’infermiera (penso sia la responsabile, ma non ho certezza di ciò) che faceva dei giochetti quando di tanto in tanto mi pesavano, tanto che una volta è intervenuto il secondino (penso responsabile) dell’infermeria centrale: Tiziano Portas che si è rivolto a me dicendo – avresti bisogno di schiaffi -, in quel momento gli ho risposto – perché non lo fai tu se hai il coraggio? -.

Ho fatto subito dopo lo sciopero delle medicine, sempre per gli stessi motivi (acqua, biblioteca…) dello sciopero della fame. Dal 25/12 ri-rifiuto le medicine.

Ho salvato la vita a due compagni di cella, che impiccandosi cercavano la morte, per sfuggire alle loro sofferenze (questo con l’aiuto di un altro compagno di cella), in due situazioni temporali distanti.

Sono recidivo di situazioni “scabrose” in carcere, nel 2020/21 ho avuto a che fare con un ispettore (Sanna, ora sta a Buoncammino) che, come mi vedeva, mi faceva il saluto fascista e/o cantava “Faccetta nera”.

Ho raccolto e fatto uscire storie di disperazione come quella di Osvaldo Olla residente a Sinnai, che era finito sotto le grinfie di un secondino di Guasila (oggi presta servizio a Massama), che con prepotenza gliene faceva di tutti i colori, di fatto per impedirgli di utilizzare apparati sanitari (sedia a rotelle, grucce) per aiutarlo nei movimenti in quanto fratturato ad un piede. Dopo un po’ di tempo il tipo si sarebbe sgozzato di notte (sarà vero?).

Che dire di Angelo Frigeri di Tempio, trasferito da Bad’e Carros, perché accusato di avere aiutato Raduano ad evadere dal carcere nuorese.

In quel carcere Frigeri era stato interrogato da un ufficiale proveniente da Uta (Angelucci), ed al tipo, l’ufficiale, disse che avrebbe fatto di tutto affinché fosse trasferito proprio al carcere di Uta, e lì gli avrebbe fatto passare le pene dell’inferno.

Detto e fatto, tanto che il tipo di Tempio dopo un po’ di tempo si è ucciso strozzandosi nel letto.

Ne ho tante altre di storie così, più o meno funeste, sicuramente tristi, ed io imperterrito continuerò a documentarle e a farle uscire dal carcere.

So benissimo anche che, se avessi seguito il consiglio di un amico – est mellusu fai is scimprus po no pagai datziu -, ma io sono un inguaribile idealista, ed è più forte di me: alla prepotenza e alla vigliaccheria non so fare come lo struzzo, è più forte di me devo dire la mia, non riesco a voltarmi con nonchalance, e questo mio modo di fare lo pago sempre.

So long Paullheddu

Sempre al fianco di Juan, condannato a 5 anni nel processo di Brescia sull’azione contro la POLGAI + Volantino distribuito all’Aquila il 16 gennaio

Sempre al fianco di Juan, condannato a 5 anni nel processo di Brescia

Giovedì 15 gennaio il nostro amico e compagno Juan è stato condannato a 5 anni per «atto con finalità di terrorismo» (280bis) nel processo bresciano per l’azione contro la POLGAI. Se questa condanna divenisse definitiva, il fine pena per Juanito, al momento fissato al 2045, si sposterebbe ancora più in là. Data la fragilità dell’inchiesta e degli elementi a carico del compagno, puntualmente contestati dalla difesa, si poteva sperare in un’assoluzione. Così non è stato: evidentemente i giudici bresciani e i giudici popolari che componevano la corte d’assise, con la consueta viltà e indifferenza per le vite degli altri, non hanno voluto mandare al macero un’indagine durata anni e costata molte migliaia di euro, poiché giunta al terzo tentativo di attribuire a Juan (e inizialmente anche a un altro compagno, poi definitivamente scagionato) la responsabilità dell’azione. Dal canto nostro, nell’attesa del processo d’appello, continuiamo la mobilitazione al fianco del nostro Juan: se è “innocente” merita tutta la nostra solidarietà, se è “colpevole” la merita ancora di più!

I NOSTRI COMPAGNI NON LI SCORDIAMO MAI! JUAN LIBERO, ABBASSO LA POLGAI!

Compagni e compagne

Per continuare a scrivere al compagno:

Juan Antonio Sorroche Fernandez
C. C. di Terni
strada delle Campore 32
05100 Terni

https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/01/18/sempre-al-fianco-di-juan-condannato-a-5-anni-nel-processo-di-brescia-sullazione-contro-la-polgai-volantino-distribuito-allaquila-il-16-gennaio/

Riflessioni di fine sciopero e lotta alla guerra (da Stecco)

per assottigliare la linea del privilegio (lo scrivo in quanto sono un uomo bianco con i documenti a posto) occorre che ognuno a modo proprio prenda posizione e si chieda cosa è disposto a fare delle proprie scelte di vita, scrollandosi di dosso alcune zavorre ideologiche per osservare il mondo al di fuori degli steccati che ci tengono in una zona di sicurezza, e questo non vuol dire abbandonare i propri principi e metodi.”

Continua qui: https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/01/14/luca-dolce-detto-stecco-testo-di-fine-sciopero-e-riflessioni-sulla-lotta-alla-guerra-novembre-dicembre-2025/