CAMBIA LA DIRETTRICE MA LA TORTURA È SEMPRE LA STESSA

AGGIORNAMENTO ore 17: I prigionieri ci comunicano che il ragazzo che stava male per avere ingerito oggetti metallici e batterie non è stato portato in ospedale. A quanto ci è stato comunicato gli sbirri gli hanno annunciato l’arrivo dell’ambulanza per farlo uscire dal blocco e chiuderlo in isolamento. Non esistono parole che possano calmare la nostra rabbia verso il razzismo dello Stato italiano di guerra e verso tutti quelli che si girano dall’altra parte anche fingendo di combattere “democraticamente” il CPR. I prigionieri hanno bisogno solo di una cosa: LIBERTÁ

AGGIORNAMENTO ore 13.45: Un prigioniero ieri notte ha ingoiato due batterie e un pezzo di ferro accuminato. Nonostante stesse male non è stata chiamata l’ambulanza sino a poco fa ed è stato condotto all’ospedale “San Francesco” di Nuoro, da dove come sempre verrà rimandato senza scrupoli all’interno del CPR.

Ci chiamano dal lager di Macomer. La violenza strutturale e lenta continua con le torture quotidiane.
Nessuna visita medica anche in caso di gravi problemi fisici e un’infermeria che non dispone neanche del minimo necessario. Per tenere le garze delle medicazioni viene usato il nastro adesivo, per sedare i dolori vengono somministrate fino a 3/4 punture al giorno e i dolori si ripresentano dopo poche ore.

Ieri un uomo, dopo aver ingerito una batteria, è stato portato all’ospedale. Ci dicono che da quando l’ha ingerita a quando l’ambulanza lo ha trasportato sono passate due ore. L’ambulanza è riuscita a entrare nella struttura quando eravamo al telefono. I prigionieri ci dicono che i ritardi siano dovuti al fatto che la direttrice (Antonia Sanna che sostituisce la dimissionaria (?) Rijo) deve chiedere prima l’autorizzazione alla polizia (evidentemente da ora esperti anche di questioni di salute) e solo dopo (forse per preparare la scorta) l’ambulanza può portare via la persona.

Ci sono prigionieri che si sono presentati ben due volte, durante la loro permanenza in carcere (in videoconferenza naturalmente), alla commissione per la protezione internazionale e aspettano da 2 mesi l’esito nel CPR di Macomer. Senza sapere quando gli verrà comunicato l’esito e cosa succederà dopo.

I prigionieri sono spesso costretti ad effettuare mediazione e traduzione durante i colloqui con gli avvocati perché diversamente ci sarebbero alcuni loro compagni che non potrebbero comunicare, in quanto nella struttura non ci sono più mediatori. La struttura è completamente in mano agli sbirri che fanno il bello e il cattivo tempo, è accaduto, e accade, che il loro intervento violento abbia interrotto i colloqui con gli avvocati.

Intanto uno dei blocchi, danneggiato in seguito all’ultima protesta dello scorso mese, è stato “ripulito” semplicemente imbiancando sopra i muri ancora danneggiati dal fuoco. Dopo nessuna bonifica è pronto per il trasferimento di altre decine di nuovi prigionieri.

Il CPR è l’ultimo, il più brutale livello del razzismo di stato, dove i corpi diventano risorsa economica per le cooperative private che speculano sulla vita dei prigionieri. Un luogo dove lo stato rinchiude per selezionare e produrre manodopera a basso costo ed espellere chi non è più in condizioni di essere sfruttato.
In questo lager i prigionieri lottano quotidianamente con il loro corpo e la loro voce per resistere e denunciare questo sistema di tortura.
Complici e solidali con le lotte e con i prigionieri fin quando dei CPR non rimarranno solo macerie.

I CPR SI CHIUDONO CON IL FUOCO

Lotte al CPR di Macomer

I prigionieri del CPR di Macomer ci raccontano di un tentativo di suicidio, effettuato come gesto estremo di lotta, avvenuto, mediante ingestione di sostanze tossiche, nella notte tra venerdì e sabato; il prigioniero ha passato una notte nell’ospedale di Nuoro e, come sempre è stato rimandato al CPR. I prigionieri ci raccontano anche di continui pestaggi da parte delle forze dell’ordine, del cibo, come sempre, immangiabile e dei soliti abusi da parte degli operatori della struttura.

Tutti sono a conoscenza della continua tortura che subiscono i prigionieri del CPR. Tante denunce sono state fatte in questi 6 anni di presenza del CPR a Macomer, ma evidentemente non bastano. Lo Stato permette che qualcuno denunci (in ogni caso il sistema insabbia), perchè tutto questo serve a salvaguardare la facciata democratica del sistema che, fingendo di garantire il diritto al dissenso, da spazio solo all’opposizione vacua di un certo associazionismo.

I prigionieri, anche con i gesti estremi di autolesionismo, tentano di difendere la loro libertà opponendosi a questi lager di stato, retti da complicità palesi (Comune di Macomer, ASL, Prefettura e Questura di Nuoro, Tribunale di Oristano) ma anche da complicità occulte più sorprendenti.

Noi preferiamo sostenere, con la nostra solidarietà e complicità, le lotte dei prigionieri che provano a restituire allo Stato anche solo una infinitesima parte della violenza quotidiana che soffrono ordinariamente.

L’unico CPR tollerabile è quello che viene chiuso perché avvolto dalle fiamme.

LE COMPLICITÁ NELLA GESTIONE DEI CPR

Mentre lunedì Leoluca Orlando interpretava la farsa semestrale dei deputati di AVS che si alternano con la Ghirra e la garante (ma di chi?) Irene Testa, in una visita al CPR utile solo per lavare le loro coscienze di “democratici” , ieri abbiamo effettuato un volantinaggio e affisso alcuni striscioni a Nuoro, nel centro città e di fronte ai luoghi in cui operano i complici del CPR di Macomer: Prefettura, Questura, Ufficio Immigrazione e ASL

I GIUDICI DI PACE DEL TRIBUNALE DI ORISTANO SONO RESPONSABILI DELLA PRIGIONIA DI DECINE DI MIGRANTI NEL CPR/LAGER DI MACOMER.

I migranti i cui documenti non vengono riconosciuti nello Stato italiano, vengono catturati tramite vere e proprie retate, strappati dalle proprie famiglie e dalla loro vita senza aver commesso alcun reato. Il razzismo dello Stato imprigiona i migranti quando non può sfruttarli sino alla morte nei campi e nelle imprese. In Sardegna, per decisione di uno dei quattro giudici di pace del tribunale di Oristano, i migranti vengono imprigionati nel CPR (Centro di Permanenza per i Rimpatri) di Macomer dove vengono trattenuti deportati da altri CPR, per ragioni punitive, o da un carcere ma dopo avere scontato interamente la pena. Il giudice di pace esprime la propria decisione per videoconferenza, in perfetta solitudine e in pochi minuti. Lo scopo dell’udienza è imprigionare il migrante e il giudice esegue gli ordini.

Sarebbe più onesto chiamare lager il CPR di Macomer. La struttura è quella di un ex carcere di massima sicurezza, chiuso nel 2014 per un intervento della Corte Europea per i Diritti Umani in quanto considerato inadatto e degradante per via della mancanza di requisiti adatti al suo scopo.

Le condizioni in cui i prigionieri sono costretti a vivere all’interno del CPR sono disumane; sono sottoposti a trattamenti inumani e degradanti, in altre parole vengono torturati. Per cercare di placare le lotte dei detenuti e renderli inoffensivi, vengono somministrate elevate dosi di sedativi senza alcun controllo. Nel caso tutto questo non basti, intervengono le forze dell’ordine in tenuta antisommossa anche su un solo prigioniero inerme.

Ma la violenza non è solo fisica. La nomina degli avvocati viene ritardata, si somministra cibo scadente e marcio, si limita l’accesso al telefono per chiamare la propria famiglia, viene impedito l’accesso alle ambulanze minimizzando, tramite il parere del “medico”, le condizioni dei detenuti, e quando i prigionieri rivendicano i loro diritti seguono pestaggi, minacce e ritorsioni. La detenzione amministrativa dei migranti può durare fino a 18 mesi, dopo si prospetta l’espulsione o la deportazione. In un paese “sicuro” come Egitto, Libia, etc., dove ancora saranno sottoposti a maltrattamenti e torture. Molti migranti prigionieri a Macomer hanno problemi di salute, dovuti anche alle azioni di autolesionismo che mettono in pratica per contestare il sistema razzista che nega i loro diritti. Non esistono visite mediche che si possano considerare tali e nonostante questo, i giudici di pace del tribunale di Oristano, con la complicità della ASL emettono convalide e proroghe di detenzione.

Nessuno può essere considerato idoneo a essere rinchiuso in un luogo di tortura. Come ci ha detto qualcuno che è riuscito a uscire vivo da quel lager: al CPR entri sano e ne esci che non lo sei più.

Non accettiamo la macchina razzista che ogni giorno lo Stato mette in moto. Non tolleriamo che questo accada qui o in qualsiasi altra parte del mondo.

Nessun giudice che decida che un essere umano deve essere rinchiuso in un lager può avere la coscienza pulita ed essere esente da gravi responsabilità etiche e politiche. Chi collabora con i CPR è sempre colpevole.

I luoghi di trattenimento dei migranti possono e devono essere chiusi con le lotte.

SOLIDALI E COMPLICI CON LE LOTTE DEI PRIGIONIERI PER LA DISTRUZIONE DEI CPR

PER UN MONDO SENZA FRONTIERE E SENZA GALERE

TUTTX LIBERX

Anarchicx contro carcere e repressione

AGGIORNAMENTI DALLE GALERE SARDE

Il Tribunale di Cagliari ha respinto la richiesta di detenzione domiciliaria del nostro compagno Paolo fatta del suo avvocato, motivando il provvedimento col rischio che il reato possa essere reiterato. Come detto in altre occasioni non crediamo nei tribunali, strumenti putridi dello Stato, utili solo per esercitare la violenza della legalità con chi non abbassa la testa e lotta.Noi ne prendiamo atto e continuiamo la lotta al suo fianco sino a quando le carceri non si ridurranno ad un cumulo di macerie.

Il nostro compagno magrebino che da Uta era stato trasferito al CPR di Macomer, dopo la conferma del trattenimento, nonostante avesse ingerito quattro grosse viti d’acciaio che non ha ancora espulso e si trovasse in sciopero della fame, è stato deportato, ad insaputa del suo avvocato, insieme ad altri 9 prigionieri, tramite un volo della Guardia di Finanza decollato dall’aeroporto di Oristano, al CPR di Caltanisetta. Ci racconta che niente è cambiato, ha trovato ancora trattamenti disumani e violenze.

PAOLO LIBERO
TUTTX LIBERX
FUOCO ALLE GALERE
FUOCO AI CPR

DENTRO I CPR SI MUORE LENTAMENTE

Nell’indifferenza generale dei cittadini sardi e dei suoi politici, dentro il CPR di Macomer continuano le violenze, la tortura fisica e psicologica dei prigionieri.

Le persone rinchiuse nei lager di stato, pagando con ripercussioni fisiche, psicologiche, minacce e ricatti protestano e lottano per rendersi visibili e rumorosi contro isolamento, silenzi e indifferenza.

Un compagno rinchiuso nel CPR, trasferito in maniera coatta dal carcere di Uta (CA) a fine agosto, ha iniziato da subito a lottare per la sua libertà e contro le violenze e le ingiustizie dentro questo lager. A partire dai primi di settembre ha intrapreso diverse azioni in segno di protesta, da solo e insieme ad altri compagni. Tra queste l’ingerimento di tre viti di ferro nei primi giorni di settembre. Da allora nessuna visita medica che si possa considerare tale è stata messa in atto per accertare le sue condizioni di salute che in più di due mesi sono inevitabilmente peggiorate. Il “medico” del CPR, Gasparino Demontis (medico di medicina generale e operatore del consultorio familiare di Macomer) si limita a dare indicazioni per una terapia psichiatrica non verificata che si traduce nella indiscriminata somministrazione di farmaci calmanti per sedarlo e renderlo inoffensivo. La violenza non è solo fisica. L’ente gestore Officine Sociali e la direttrice del CPR Elizabeth Rijo ritardano la nomina degli avvocati, forniscono cibo scadente e non commestibile, limitano l’accesso al telefono per chiamare la propria famiglia, impediscono l’accesso alle ambulanze, il tutto in una struttura degradata e sporca. Il compagno continua a lottare dentro questo lager, e dieci giorni fa ha iniziato uno sciopero della fame per contestare il sistema razzista che nega i suoi diritti. Alla fine della settimana scorsa gli è stata comunicata la convalida della sua detenzione per altri 3 mesi, l’ultima di due udienze in cui il “medico” Demontis non fa altro che minimizzare davanti al giudice le sue condizioni di salute e la sua sofferenza fisica e psicologica. La sua lotta non è individuale, è collettiva. Nessuno, infatti, è idoneo a rimanere rinchiuso dentro un luogo di tortura. Come ci ha detto qualcuno che è riuscito a uscire vivo da quel lager: al CPR entri sano e ne esci che non lo sei più. Nessuno deve essere costretto a vivere in una condizione di privazione della dignità, dei diritti e della sua libertà. Il compagno che ha iniziato lo sciopero in questi giorni, attraverso il suo corpo, sta lottando contro questa violenza, sta lottando contro la detenzione amministrativa, contro la somministrazione indiscriminata di farmaci, contro la tortura che rappresenta il CPR.

Da 6 anni a questa parte, cambiano gli enti gestori, cambia la direzione ma non cambia la sostanza di questi luoghi: spazi di tortura e di violenza istituzionale a cui si oppongono le persone che vi sono rinchiuse con i loro corpi e le loro azioni di rivolta. In questa lotta ci sono degli alleati, sempre troppo pochi, che il potere repressivo dello stato vuole scoraggiare e impedire anche l’avvicinarsi fuori dalle mura di quel lager.

Ma la repressione non può fermare una lotta per la giustizia, non esiste legale o illegale, ma oppressione e resistenza.

Quanto ancora devono andare avanti le violenze e le torture affinché si vada oltre l’indignazione e le parole di compassione e si prenda posizione organizzandosi e mostrando il dissenso con il proprio corpo e le proprie azioni contro un campo di concentramento dove le persone sono lasciate ‘morire lentamente’?

Oggi, mercoledì 12 novembre si è svolto il processo contro il nostro compagno Paolo e due nostri amici, in carcere da più di un anno in custodia cautelare accusati di rapina a mano armata.

L’udienza si è conclusa con tre condanne, la più alta, 5 anni e 2 mesi, è stata inflitta, con rito abbreviato, a Paolo.

Pensiamo che Paolo sia stato punito soprattutto per la sua lotta dentro il carcere che ha svelato non solo gli abusi e i soprusi dell’amministrazione carceraria, ma anche l’enorme contraddizione, che non ci stupisce, di uno Stato che, pur di continuare a trattare in maniera inumana e degradante prigionieri e familiari, non rispetta neppure le proprie schifose leggi, nel silenzio complice del tribunale di sorveglianza e dei garanti.

Nonostante l’udienza si sia svolta a porte chiuse, siamo riusciti incrociare e salutare i nostri tre amici nei corridoi del tribunale. La risposta è stata calorosa nonostante il nutrito numero di guardie che cercavano di impedirlo.

Fuori dal tribunale si è svolto un presidio di solidarietà di una trentina di compagnx sotto lo sguardo dei soliti ficcanaso di turno.

Siamo solidali e complici con Paolo, Joan e Walter e lotteremo ancora contro tutte le galere sino a quando non ne rimarranno solo macerie

PAOLO LIBERO

TUTTX LIBERX

FUOCO ALLE GALERE

Anarchicx contro carcere e repressione